martedì, maggio 08, 2007

Ingannevole passo

Lei: Inizia piano, come dolce energia che porta le acque di un fiume, come un filo di vento nel cuore che prenda amorevolmente le membra e le guidi al suo canto invisibile… il pensiero si perde nell’attimo che il corpo consuma ed è già danza, gli occhi si chiudono ma è solo l’abbandonarsi quieto all’abbraccio dello spazio, la dichiarazione d’amore più semplice di una creatura alla vita, un sogno che muove i passi come un burattinaio… via dalla mia stanza, altrove, per tutta la casa!
Poi cresce e mi trascina… eccolo: il giovane uomo invisibile mi prende forte tra le braccia, posso andare più lontano, posso lasciarmi cadere e non cadrò, volare e precipitare, piroettare, e girare.. non mi fermerò! Sono felice, sono felice! Il tempo scorre languido: io vado più veloce, in me è musica inascoltabile e dannata, sono presa, sono conquistata, sono fuori della porta!
E cresce ancora! orgia dei sensi in cui tutto diventa folle e violentemente bello, onnipotenza dei passi, furore di braccia e gambe che s’incrociano distanti, armoniose, fanno l’amore tra loro i miei piedi, le mani sono bianche farfalle che si sfiorano in volo, i capelli riempiono l’aria di baci attorcigliati con rami di pruno e sono già lontana dal paese, lontana dalla strada, nei boschi!
Eccomi! La terra trema sotto il mio ritmo infernale, la realtà gira e si confonde in spirali sinuose che avvolgono i respiri concitati nel gioco, il sole tramonta rosso sulle mie labbra sanguinanti e le lacrime piante nell’ebbrezza della consunzione si fanno aria prima di toccare il suolo, così io più veloce fuggo e tutto intorno a me ruggisce nella notte, il freddo mi gela il sangue e l’anime dei morti mi compatiscono ma non più a lungo posso restare qui, altrove porto la mia danza!
Passo per un villaggio al suono della pioggia che cade: le ginocchia pesanti si stringono al suolo e le mani diventano artigli di rettile, inarrestabile nella guazza danzo la danza della giungla, il ventre scarnificato bacia le pietre e il mio corpo si apre impudico a pose oscene, da animale; così disperato un impulso razionale richiama gli istinti: strisciando e contorcendomi feroce riesco a bussare a una casa ma prima che aprano sono già oltre e mi raggiunge soltanto l’eco di un neonato che piange… danzo allora la ballata della paura ed eccomi: sono una maschera di terrore, in piedi mi dibatto graffiandomi il petto, urlo, mi agito come in preda a spasimi ma nel mio dolore ancora son bella: sbattuta, trafitta, umiliata, preda totale dell’altro da sé io so che comunque, inevitabilmente, figurerò bene nello spettacolo straziante… ma non ho tempo di pensare a queste cose che già cambia la mia performance e sono mattino: ballo volatile come l’aria pregna di rugiada, son dolce e celeste, quasi senza peso volteggio piano fra i campi, e non conta il tormento del mio corpo che brucia, non il fatto che i miei piedi sian coperti di piaghe: lucide su di essi risplendono le mie scarpette rosso fuoco, coprono meravigliose il mio dolore agli sguardi e il contadino abbagliato mi scambia per una fata.
O Angelo del Signore, tu me l’avevi detto! Ma perché punire così chi è innamorato del bello? Questo non capisco, beato Angelo del Signore! E spiegamelo tu, soldato strano dalla barba rossa! E’ forse un destino di chi desidera doversi in cambio disfare dell’anima?! Eppure se le guardo ai miei piedi, soldato barba rossa, ancora non mi persuado che nella loro bellezza sia morte! Se soltanto del loro desiderio potessi disfarmi! Ma questo mi lega, ed è loro il mio ballo: danza macabra, danza di passione, danza di chi si dona e in cambio non pretende nulla: tutto diventa chi sé stesso disperde, tutto diventa, e niente più ne resta. Danza, dannato mio corpo, danza!
Passano i giorni, passan le stagioni: ogni foglia d’erba sembra ch’io ho danzato, ogni tipo d’albero, spinoso, ruvido o dalla corteccia fine, tutti ho abbracciato nel pellegrinaggio elegante… e mi mischio alla gente nelle feste di piazza, e irrompo nei balli a corte: ovunque la mia immagine è adorata o disprezzata ed io sono male o bene, a seconda della musica.
Vengo ora dal mare e sembro una sirena incappata per sbaglio in una bolla d’aria: prima un movimento lento come di chi nuoti in destrezza, poi la patetica agonia di un merluzzo buttato su un ponte di nave; mi scuoto e rigiro sul dorso come annaspando e impolvero così il resto delle mie poche vesti stracciate: sono cresciuta danzando, danzando ho visto chi amavo morire, danzando ho accompagnato il feretro e sulle loro tombe ho ballato la morte e il nascere dei fiori sulle ossa mangiate dai topi, ho danzato la dimenticanza della gente e il tran tran di una massaia, ho danzato la sorte beffarda e la guerra e il raccolto… tutto ho danzato e adesso, innanzi al boia, danzo me.
E’ sera e la piazza è vuota: al suolo una pozza di sangue scuro soltanto resta, a testimonianza della esecuzione spettacolare. Divento un secondo una testa che rotola e catturo la sua attenzione: faccio così di una forca il mio ultimo palco. Potrei parlargli ma anche la voce danzerebbe con me ed un ululato melodioso e ipnotico trascinerebbe un altro nella mia stessa sventura, per cui non mi resta che illustrare ai suoi occhi disincantati l’azzerarsi della mia volontà, i dubbi che tutt’ora mi tormentano, gl’invincibili lacci che ancora mi legano al movimento e le mie tremende intenzioni. In un sospiro mi dice che toglie la vita, non può massacrare sogni, ma io gli spiego che quel che gli chiedo val molto meno. Non fa altre questioni: esegue senza convincersi, ruota veloce la lama nell’aria con precisione perfetta e mentre cado per terra mi chiedo se son morta o son ferma. Altrove il mio amore prosegue sanguinante a danzare, attraversa la strada e si porta più avanti nell’ingannevole passo, oltre il mio sguardo, più rosso del fuoco.
Nota: Questo brano reinterpreta una celebre fiaba di Andersen. M'interessava approfondire l'aspetto della metamorfosi espressiva che in una danza si può assumere e l'azzeramento della volontà che è medesimo nell'amore e nell'arte ed altro non è che dedizione totale. Il tono è volutamente lirico perchè vuole essere esasperato come, appunto, una danza concitata. (Ai miei momenti)

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3 Comments:

Anonymous ricciola said...

Talvolta quel che stupisce di uno scritto è il non parlato, quando sono virgole, punti, interiezioni a tenere la mano del lettore in una prosopopea dell'invisibile.
Questo ne è un esempio notevolissimo. Si tratta di una presa di coscienza che dipanandosi nel tempo della fiaba (= i puntini sospensivi), si fanno comprensione della tragedia incarnandosi in una punteggiatura compiuta.
"Non mi fermerò!" e "tutto ho danzato e adesso, innanzi al boia, danzo me"..dove si passa da un imperativo favolistico e teneramente eroico ad un forma ancora attiva "adesso danzo me" in cui la transività forzata del verbo diventa impossibilità di sottrarsi alla consapevolezza: poesia.

giovedì, maggio 10, 2007 7:40:00 PM  
Anonymous Anonimo said...

Mammà!
:)

venerdì, giugno 08, 2007 1:12:00 PM  
Anonymous Anonimo said...

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